
Amo la letteratura tedesca, la filologia classica, la filosofia e la medicina. Il resto lo sanno gli altri più di me.
«Nella colonia penale»: il testo
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La meravigliosa follia di Carmen
Luxus Linguae
Shadows of the World
The Kafka Project
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Palpare Socrate che muore

Se si prescinde dall'incommensurabile vicenda del Calvario, il prototipo occidentale di una morte degna di memoria è certamente Socrate; per l'imperturbabilità con cui affronta la cicuta, e per la serena certezza della propria immortalità. Tuttavia credo che per la gran parte dei lettori del Fedone la parte più viva del racconto non sia affatto l'argomentazione a favore dell'immortalità dell'anima, ma i dettagli concreti e orribili della morte che procede dal basso verso l'alto, quasi contraddicendo tutta la discussione precedente con la loro materialità morbosa e necrofila.
«Socrate camminava per la stanza; e quando disse che le gambe gli si appesantivano, si mise a giacere supino - giacché così gli raccomandava l'uomo; e intanto costui, l'uomo che gli aveva dato la pozione, lo andava toccando e a intervalli gli esaminava i piedi e le gambe; e poi, premendogli forte un piede, gli domandò se sentiva; ed egli rispose di no. E poi ancora gli premette le gambe; e così risalendo ci mostrava che si raffreddava e si irrigidiva. E continuava a toccarlo, e ci disse che quando si fosse giunti alla regione del cuore, allora se ne sarebbe andato» (Fedone, 117d-118).
Il boia, con il suo comportamento didattico, entra nella discussione sull'immortalità quasi senza saperlo, introducendo l'argomento medico e scientifico, rimasto implicito in Platone. Sarà Epicuro, quasi un secolo dopo la morte di Socrate, a identificare la morte con l'insensibile, proseguendo così sul piano teorico la lucida esposizione del boia.
Certa critica letteraria

Il lavoro di interpretazione del testo letterario è spesso una semplice ricerca delle ambiguità del testo, con l'intenzione di provare le proprie tesi, che in realtà precedono il testo stesso. Difatti, il testo ambiguo spesso deve il suo successo alla capacità di trasformarsi per il lettore in linguaggio privato: essendo valida ogni interpretazione, quella più vicina alla propria sfera biografica è considerata quella più efficace nel risvegliare l’emozione e quindi – ecco il salto – anche la più vera.
I vampiri e la Pimpa
(In auto, andando alla spiaggia per il primo mare di primavera.)
Serena: Papà, ma come sono fatti i vampiri?
Io (preoccupato di mantenere Serena serena): I vampiri non esistono. Quindi non sono fatti in nessun modo, e tu non devi averne paura.
Serena: Sei sicuro che non esistono?
Io: Sì. Assolutamente.
Serena (dopo una lunga pausa): Ah… fortunati noi.
Io (per rinforzare l’idea, e riferendomi a una conversazione precedente): E’ come la Pimpa: non esistono cani che parlano, dunque la Pimpa esiste solo nei cartoni animati.
Serena: E’ vero, la Pimpa non esiste… però il signor Armando esiste eccome!
Io: Ah! E come fai a saperlo?
Serena: Perché l’ho visto.
Io: Hai visto Armando? E come fai a sapere che era lui?
Serena: Era uguale! Aveva la stessa faccia.
Io: Magari gli assomigliava, ma non era lui.
Serena: Aveva anche le stesse scarpe!
Io: Magari era qualcuno che aveva le scarpe simili.
Serena: Ma anche il naso e i capelli erano uguali!
Io: Magari naso e capelli erano simili a quelli di Armando, però non era lui.
Serena (esasperata): Aveva sulla giacca un cartello con sopra scritto: «E’ Armando»! Ci credi ora?
Aporie della storia
Studiare la storia è fingere che chi è morto sia ancora vivo: non solo questo mette in evidenza l’impossibilità di una rappresentazione (in senso etimologico) della storia, ma chiarisce che il motivo per cui il passato è irraggiungibile è lo stesso per cui la storia va avanti.
Non è un paese per vecchi

Calvino, più che un uomo, era un incubo su due gambe. Ciò che forse colpisce maggiormente è la dottrina secondo cui non vi è alcun mezzo per riconoscere gli eletti nella massa dei reprobi; soprattutto, per riconoscere se si è in prima persona eletti o reprobi. Non il comportamento: a nulla servono le buone opere, né il peccato è di per sé indizio di dannazione. Ma ciò che più conta, neppure i sentimenti soggettivi hanno alcun valore, il dannato può avere l’intima certezza di essere un eletto, partecipare dell’intima gioia della fede, sentirsi ricambiato dall’amore divino, e tuttavia rimanere un dannato: questi sentimenti, scoprirà alla fine, altro non erano che ludibria spiritus sancti, una divina irrisione ai suoi danni. (Gli dèi ingannatori della Grecia erano assai più umani del Dio di Calvino.)
L’atmosfera da incubo di un film come No country for old men trae la sua forza proprio da questa inquietante base puritana del common way of thinking americano (e infatti sono molte le citazioni religiose della sceneggiatura, che andrebbero raccolte e analizzate. Questa identificazione forte fra predestinazione calvinista e brutalità è il nocciolo profondo del film. Il personaggio più calvinista è Chigurh, il killer psicopatico che è anche, in fondo, il protagonista vero dall’inizio alla fine). La citazione religiosa più esplicita è la riflessione dello sceriffo Bell sul mancato ingresso di Dio nella sua vita col sopraggiungere della vecchiaia: alla quale Ellis risponde, secondo la più ortodossa dottrina calvinista, «non puoi sapere cosa Dio pensa di te». Ma anche il tema così diffuso qui (e in Tarantino) dell’omicidio casuale altro non è che una metamorfosi della predestinazione, degradata però al testa o croce di una monetina: nel primo caso con esito positivo (Chigurh manifesta sincera ammirazione per la mancata vittima quando questa sceglie nel modo giusto, salvandosi inconsapevolmente la vita), nel secondo caso negativo, anche perché la vittima contesta il fondamento stesso della predestinazione e del servo arbitrio: la moglie di Moss, di fronte alla scelta della monetina, si rifiuta di affidare a questa la propria vita o la propria morte, e dice a Chigurh: «Non è la moneta a scegliere, sei tu che scegli». A questa violazione dei principi puritani di totale sudditanza al destino, Chigurh replica con la mirabile battuta: «In questo caso, io e la moneta siamo arrivati alle stesse conclusioni».
Una consulenza dantesca via SMS

«mauro... ma dante e virgilio, tra loro, ke lingua parlavano? latino o volgare? nn trovo notizie in merito...»
(Una cara cugina di mia moglie)
Sull'Italia
Nel 1805, il viceré napoleonico Eugenio di Beauharnais cercava di giustificare gli italiani davanti all'Imperatore, sostenendo che in fondo si tratta di un popolo bambino, le cui azioni possono suscitare, al massimo, l'ilarità degli altri paesi europei. Ma Napoleone, nella lettera del 27 luglio, gli risponde con severità:
«Avete torto a pensare che gli italiani siano come fanciulli; c'è del malanimo in loro; non fategli dimenticare che io sono padrone di fare ciò che voglio, questo è necessario per tutti i popoli, ma soprattutto per gli italiani, che non obbediscono che alla voce del padrone. Essi non vi stimeranno se non in quanto si renderanno conto che conoscete bene il loro carattere doppio e falso».
Il principio di identità

Come è noto, secondo Aristotele il principio più sicuro di tutti è che ogni cosa è uguale a se stessa: A è sempre uguale ad A. E' curioso che si presti tanta fede in filosofia a un principio che, in sogno, ci viene smentito tutte le notti.
Sovrumani silenzi (Giacomo Leopardi, parte seconda)

Leopardi non era un uomo visivo, ma riponeva ogni sua sensibilità nell’udito; per questo i Canti insistono tanto sui suoni, e sui confronti fra suoni («io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando»). In particolare, lo commuove non tanto l’idea barocca della fugacità del tutto, quanto la fugacità dei suoni: se ripensa al mondo antico dei greci e dei romani, ciò che soprattutto gli viene in mente sono i suoni delle armi, dei cavalli, le grida, i carri: è un mondo acustico quello di cui Leopardi sente la mancanza. (Ben pochi hanno percepito in questo modo la classicità, e con un’intensità emotiva così grande.) E di nuovo, il silenzio in cui è caduto tutto questo concreto rumore è paragonato alla contemporaneità: «Or dov'è il suono / di que' popoli antichi? or dov'è il grido / de' nostri avi famosi, e il grande impero / di quella Roma, e l'armi e il fragorìo / che n'andò per la terra e l'oceàno? / Tutto è pace e silenzio, e tutto posa / il mondo, e più di lor non si ragiona. / Nella mia prima età, quando s'aspetta / bramosamente il dì festivo, or poscia / ch'egli era spento, io doloroso, in veglia, / premea le piume; ed alla tarda notte / un canto che s'udia per li sentieri / lontanando morire a poco a poco / già similmente mi stringeva il core».
Indicativo futuro indefinito

(Andando in bici a scuola.)
Serena: E’ già finito marzo! Sembra ieri che era cominciato!
Io: E’ proprio vero. Ma non solo con i mesi è così, anche con gli anni: ora siamo nel 2008, e in un baleno…
Serena: … in un baleno saremo nel 2200!
Io (un po’ scosso): Beh… anche… però nel 2200 non ci saranno più né la nonna, né papà, né la mamma…
Serena: Non ci saranno più?
Io: No, e non ci saranno più nemmeno Serena e Dorabella.
Serena (disorientata): Nemmeno Dorabella?
Io: No, amore. Non ci sarete più nemmeno tu e Dorabella.
(Momenti di riflessione. Poi, sollevata:)
Serena: Vabbè, però c’è tanto tempo. Noi siamo ancora delle bambine!
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