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Amo la letteratura tedesca, la filologia classica, la filosofia e la medicina. Il resto lo sanno gli altri più di me.
«Nella colonia penale»: il testo
Bibliologia
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Davar Akher
je ne regrette rien
La meravigliosa follia di Carmen
Shadows of the World
The Kafka Project
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Il sole al suo apice

Come sempre nei giorni intorno al solstizio d'estate, la Colonia Penale si trasferisce a Sangineto Lido, sulla costa tirrenica della Calabria. Là ci attendono libri, musica, sole, mare, silenzio. Ci risentiamo fra due o tre settimane.
Radici emotive dello studio della storia

Il desiderio di conoscere la storia «come è avvenuta veramente» (wie es eigentlich geschehen), il culto del documento, e giù giù fino al feticismo archeologico di fronte a una rovina o anche semplicemente a un’impronta fossile – l’emozione, insomma, che è all’origine del sapere storico – nasce, come per l’astronomia, dalla volontà di orientamento (nel tempo, stavolta, anziché nello spazio). Come per dire: ecco, ho qui in forma sensibile (quest’ultima è ciò che conta) quello che mi ha preceduto, queste sono le mie coordinate, qui io sto.
Mordi la mela, Biancaneve

Alan Turing è stato un matematico inglese al quale si deve, sostanzialmente, la nascita del computer. Ma oltre a questo aveva molti interessi: giocava a scacchi; era un atleta di livello olimpionico; aveva dato un contributo decisivo alla resistenza della Gran Bretagna durante la seconda guerra mondiale grazie alla sua capacità di decrittare messaggi cifrati; e amava la favola di Biancaneve.
Nel 1952 ammise davanti alla polizia la propria omosessualità, affermando con semplicità che «non vedeva niente di male nelle proprie azioni». Il suo paese, che gli era debitore della sua attività durante la guerra, e che d'altronde egli onorava già con la propria ricerca scientifica, lo pose di fronte alla durissima scelta fra il carcere e la castrazione chimica. Turing scelse la seconda, ma la sera del 7 giugno 1954, dopo aver subito gli effetti collaterali del trattamento, preferì cospargere una rossa mela con il cianuro di potassio che utilizzava per sperimentare i primi, rudimentali processori. Dopo di ciò, la osservò, e con un sorriso prese ad addentarla.
L'inquadratura

La predominanza del «senso per l’inquadratura» nella descrizione del mondo è una conseguenza del cinema sulla Weltanschauung (termine stavolta appropriato) di questo secolo, ed è la forma tutta peculiare della sua falsificazione. Per la prima volta la visione spezzetta realmente il mondo; la pittura era ben lungi dall’avere questo potere, e le altre arti figurative canoniche (scultura, architettura) addirittura collocavano l’opera all’interno di un mondo aperto. Il cinema invece sottrae l’inquadratura al mondo, grazie alla complicità del «buio in sala». Questa modalità di chiudere il mondo nell’inquadratura per descriverlo compiutamente è illusoria, come d’altronde avverte anche Nietzsche nella seconda Inattuale: «E' solo una superstizione il credere che l'immagine destata nell'uomo dalle cose possa restituire l'essenza empirica delle cose stesse. O pensiamo forse che in tali momenti le cose possano per il loro stesso agire disegnarsi, definirsi, fotografarsi in pura passività?».
Un sogno di grande magia

(Piccoli scontri ideologici fra maschietti e femminucce nella classe di mia figlia.)
Serena: Papà, vero che la magia non esiste?
Io (illuminista come sempre): No, Serena, la magia non esiste.
Serena: Ecco, lo dicevo io, perché invece Lorenzo in classe mia diceva che esisteva.
Io: No, la magia esiste nei libri e nei film, ma non nella realtà. Non puoi far comparire e scomparire le cose come ti pare.
Serena: E’ vero. E infatti Lorenzo non può far comparire i mostri, gli animali e tutto il resto... che poi se si potesse anch’io li farei comparire... (assorta) e allora farei comparire un leone grandissimo, con i denti e la bocca spalancata... (sempre fra sé e sé, ma con aria di rivincita) che allora voglio proprio vedere che faccia farà Lorenzo, e se avrà ancora qualcosa da dire!
L'armonia del mondo

Ascoltando la Serva padrona. Ogni percezione della bellezza artistica, ma anche la semplice sensazione confortante di una «normalità» del mondo, sono espressioni di inconscio idealismo filosofico. Il ragionamento, erroneo ma gratificante, è: finalmente il mondo si adegua alla mia immagine di lui, tengo in mano le redini del caos, che si trasforma in ordine; sul reale ho potere come su me stesso; dunque - secondo lo schema bilogico dell’identità per attributo - io e realtà si equivalgono. La catastrofe e la bruttezza sono invece le due confutazioni di questo idealismo ingenuo. La realtà delle cose magari ci ubbidirebbe volentieri, solo non sa di doverlo fare, e proprio per questo ha sempre l’aria di esserci ostile.
Sulla funzione delle percezioni

Basta chiudere gli occhi in una stanza silenziosa per sentir vacillare la certezza dell'io.
Nel giorno della Liberazione

«Non esiste argomento più mostruoso di questo, non c'è altro tema dietro al quale non si celi questo, e non c'è alcuna parete spessa abbastanza da impedirne la vista. E quantunque sia impossibile "rendere giustizia" (mi scuso per l'espressione) a ciò che è accaduto in quel luogo, gli rendiamo "giustizia" indirettamente, perché di qualunque cosa si parli, in un certo senso scivoliamo sempre lì e sottintendiamo quei fatti e approdiamo sempre a quel famoso toponimo. Tutte le strade portano ad Auschwitz» (Günther Anders, Discesa all'Ade, Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 97, grazie a Carmen).
Nessun intellettuale degno di questo nome che sia nato prima del 2000 può o potrà esimersi dal confronto con Auschwitz. Solo le mie figlie, forse, potranno per la prima volta considerarlo «storia».
La morte di Wittgenstein

Ludwig Wittgenstein muore per cancro alla prostata a 62 anni, nell'aprile del 1951, dopo una vita di privazioni rigorosamente autoimposte, riconosciuto da pochi, in una sequenza apparentemente ininterrotta di sofferenza e miseria materiale. Con tutto ciò, le sue ultime parole sono: «Dite loro che ho avuto una vita meravigliosa» (Tell them I've had a wonderful life).
Ciò è in rapporto con l’abitudine all’inflessibilità e all’onestà intellettuale, oltre che naturalmente con la coscienza di avere messo qualcosa di importante al riparo dalla morte. In casi come questi, noi che veniamo dopo amiamo l’onestà di simili uomini non perché possiamo trarre vantaggio dalla debolezza che comporta in chi la professa (come è di solito il caso nell'elogio peloso dell'onestà), ma perché la persona onesta ci ha consentito di andare di un passo più vicini al vero; è dunque una gratitudine vera e in qualche modo pulita.

Una vita molto lunga
«Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia...»
«La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi».
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